I documenti per il divorzio arrivarono un martedì mattina.
Un giovane corriere era in piedi sulla soglia di casa mia, spostando il peso del corpo a disagio, visibilmente a disagio nel consegnare una busta a una donna di sessantaquattro anni con un grembiule a fiori sbiadito. Avevo ancora in mano la mia prima tazza di caffè, il vapore che saliva pigramente dalla tazza, quando mi chiese di me chiamandomi.
“Catherine Stevens?”
Annuii, non ancora consapevole che la terra stava per scomparire sotto i miei piedi.
Mi spiegò, con calma e cortesia, che aveva bisogno della mia firma per confermare la consegna. Abbassai lo sguardo sulle parole stampate in grassetto in cima alla pagina e sentii qualcosa dentro di me fermarsi, come un motore che all’improvviso si rifiuta di girare.
Richiesta di scioglimento del matrimonio.
L’ho letta una volta. Poi un’altra. Poi una terza volta, lentamente, disperatamente, prima che il significato finalmente emergesse dallo shock che mi aveva avvolto la mente come una fitta nebbia.
Robert Stevens.
Mio marito da quarantadue anni.
Il padre dei miei tre figli.
L’uomo che mi aveva promesso di amarmi finché morte non ci separi.
Non stava chiedendo spazio.
Non stava suggerendo una terapia.
Stava divorziando da me.